Anticipazione su Almanacco dello Specchio, 2006


Franco Buffoni, NOI E LORO (fu questo il titolo provvisorio di Croci rosse e mezze lune fino al 2006)
Piazza del Popolo
Lui esce dal san Giacomo con garbo
E questa cesta in mano,
C’è lei che lo segue a pochi passi.
Arriva e la sua giacca da colloquio
Col dottore disegna come un inchino
All’unico tassì in attesa.
Dal finestrino fuoriesce un ghigno
Un latrato mentre parte di scatto il farabutto
Trasformando in fuga in Egitto
La sua natività a piazza del Popolo.
Campo dei Fiori
Roco e più bruno Idris si avvicina
Al banco del pesce stamattina
Col gesto forte e molle da scazzato
Che non ha dormito, vedo io
Si infila pesante nel grembiule
Sistema ghiaccio e lame dappertutto
Ma ha bevuto
E sibila parole levantine
Roco e più bruno
Lasciando tuttavia
Stare Dio
Davanti a Giordano Bruno.
Piazza Augusto imperatore
Da troppo tempo chiusa per lavori
E’ un parcheggio abusivo
Piazza Augusto imperatore
Attorno al mausoleo.
Tre gli egiziani che reggono il business
Più un aiuto, un giovane nipote
Nabil Alì, di turno verso mezzanotte.
Perché gli raccontassi le parole italiane
Sorrideva, era una festa solo se passavo
Di birra o di gelato, di accendino. Mi aspettava
Ripassando il condizionale
Scritto in matita su un taccuino.
Una sera le macchine dei vigili
Ruppero l’incanto, gli zii arrestati
E per lui girare al largo.
Ma forse sarei passato
E allora un grido flebile
Ruppe il silenzio dei vigili presenti
“Sono qui... sono qui”, proveniente dal basso,
Due carboni accesi nel buio i suoi occhi
Dal cuore di Augusto.
Via di Ripetta
Lo sguardo bovino dei due carabinieri
Al caldo in macchina
A dieci metri dall’attraversamento pedonale
Dove inginocchiata
Con un cartone logoro e la scritta
Di figli e di pietà
Smunta di orrori stava lei
Tra i piedi anche dei preti percorrenti
Il week end della Immacolata in tutta fretta.
Via degli Astalli
Gli occhi solo scuri e spaventati
I capelli tranciata una criniera,
Usciva dalla sede della Caritas
In una mattina di gelo.
Gli omeri leggermente sporgenti
Da un cappotto con la martingala
Corpo estraneo, scafandro, in libertà
Solo le mani sporgenti screpolate
Da sguattero intimidito.
Piazza Vittorio
Le rughe profonde gli occhi obliqui incavano,
La pelle però attorno è ancora liscia
E il desiderio pulsa di sotto a poca tela.
Te ne verrà piacere e un grido
Che si rilascerà fino alle ciglia.
DI QUANDO IO CRESCEVO
I
“Il mio papà ieri sera si è arrabbiato tanto”
Mi sussurra all’orecchio il Garavaglia Alberto
Mentre mostra il quaderno coi compiti
Ben fatti a me supplente alla media di Gorla
Nel settantadue.
Perché col pallone che mi aveva regalato
Facevo giocare i miei amici,
Gliela andavo a raccogliere
E non giocavo io.
Alla festa di carnevale
Con riferimento a lui truccato
Da massaia rurale
Un altro padre sentii dire
Si gh’avevi on fioeu inscì
Mi al cupavi.
II
Cambiò qualcosa col settantré
E’ una vera domanda, me lo chiedo -
Allorché l’Organizzazione
Mondiale della Sanità
Derubricò l’omosessualità
Dall’elenco delle malattie?
QUATTRO DATE
Quattro date sono stato costretto a ripassare
Nell’aprile del 2005
Quattro date sepolte e straordinarie. Nel ’58
Avevo dieci anni e il televisore
Era entrato da poco in casa mia.
A dottrina mi avevano insegnato che la gravissima responsabilità
Avrebbe fatto tremare il designato: “Chissà come ha rifiutato…”, sussurrai.
La nonna Gina, che non ci credeva, al contrario dell’altra – la Pina,
Bigotta rosminiana - era vicino a me ad ascoltar l’Habemus.
In quella congrega di cattolici colsi il suo sussurro
Laico “Al gà par minga ver al panzun, sta’ sigur”,
Che sconvolse non poco le mie convinzioni vaticane.
Cinque anni dopo, a nonne morte, abitavamo di fronte a s. Rocco,
L’ultima tappa di Montini in pastorale
Prima della partenza per la capitale.
Nel ’63 ero alto e bello, turbato nella carne e nel pensiero.
Mi trovai lì a passare proprio mentre un piccolo gruppo di inchinati
Attendeva di baciare l’anello. Non capii al momento,
Vidi la mano che si allungava, la strinsi
E mi trovai l’anello contro il naso. Poi la mano mi carezzò la guancia,
E l’indice sul lobo dell’orecchio nettamente percepii.
Io credo ancora di aver capito tutto nell’istante
In cui incrociai lo sguardo.
Nel ’78 ero un allenato agli uomini ed al mondo
Giovane ricercatore. Furono due le date,
La prima rassicurante. Voce da checca estatica, pensai.
Alla seconda restai perplesso. Dopo la costruzione
Della piscina a Castelgandolfo e la foto di Karol al picnic
Scrissi due settenari:
“Ora che abbiamo un papa
Eterosessuale”,
Seguiti dalla annotazione (studiavo Adorno):
Non più rigidità fisica
Sostitutiva di rigidà fallica
Intervallata da icona tomistica,
Il bue muto.
Ma certo non pensavo che l’omofobia
Sarebbe stato il marchio del suo pontificato.
Dell’ultima elezione preferisco non dire,
Il ghigno è da incubo notturno. E “se penso
Alla Germania di sera
Io non riesco a dormire”. (Heine)
GAY PRIDE
I
“E il caffè dove lo prendiamo?”
Chiede quella più debole, più anziana
Stanca di camminare. Alla casa del cinema,
Là dietro piazza di Siena.
Non si erano accorte della mia presenza
Nel giardinetto del museo Canonica,
Si erano scambiate un’effusione
Un abbraccio stretto, un bacio sulle labbra.
Parlavano in francese, una da italiana
“Mon amour” le diceva, che felicità
Di nuovo insieme qui.
Come mi videro si ricomposero
Distanziando sulla panchina i corpi.
Le scarpe da ginnastica,
Le caviglie gonfie dell’anziana.
II
Quella sera, come smollò il caldo,
Passeggiai fino a Campo dei Fiori,
Pizzeria all’angolo, due al tavolo seduti di fronte,
Giovani puliti timidi e raggianti
Dritti sulle sedie, con il menù, sfogliavano
E si scambiavano opinioni
Discretamente.
Lessi una dignità in quel gesto educato
Al cameriere, una felicità
Di esserci
Intensa, stabilita. Decisi li avrei pensati sempre
Così dritti sulle sedie col menù.