Luca Manini per Franco Buffoni

Come un fiume in piena pare la produzione di Franco Buffoni, anglista e poeta, sia nell’ambito accademico che in quello creativo. Tra il 2007 e i primi mesi del 2008 egli ci ha regalato una serie di volumi che, per comodità, ma anche per unitarietà del discorso, non mi pare inappropriato accostare. Al 2007 appartengono il volume di traduttologia Con il testo a fronte, lo studio su Auden L’ipotesi di Malin e Mid Atlantic, un excursus sulla poesia e il teatro di lingua inglese del novecento; nel 2008 sono usciti il volumetto Reperto 74 e altri racconti (un’incursione nella prosa) e la raccolta poetica Noi e loro.

Per chi dal 1989 segue la rivista Testo a fronte, diretta da Buffoni, i saggi raccolti in Con il testo a fronte offrono l’opportunità di (ri)leggere e (ri)considerare i fondamenti teorici della rivista, ovvero come la traduzione letteraria sia un atto di ri-creazione, non di semplice resa linguistica da un codice all’altro, come ha sempre sostenuto, invece, la linguistica teorica; il traduttore deve essere, ovviamente, un esperto di linguistica, ma questo non può che essere, per tradurre un testo poetico o di alta letteratura, che un primo gradino dal quale ascendere a un atto più alto, più complesso, più, oserei dire, ‘umano’, ‘sentimentale’, ‘creativo’. Spiccano il saggio iniziale incentrato alla scienza traduttologica, il saggio dedicato a George Steiner, quello sulla poesia di Seamus Heaney, e quello sulla ‘nuova scienza’ che è la ritmologia (sulla quale Buffoni ha pubblicato un volume nel 2002).

L’ipotesi di Malin riempie un vuoto negli studi italiani su un poeta fondamentale per il novecento quale è stato W. H. Auden (1907-1973). Di Auden Buffoni analizza, con acutezza, in particolare due opere, una poetica (L’età dell’ansia) e una critica (Il mare e lo specchio), e accompagna il lettore in un percorso affascinante, in cui poesia e critica convivono e dialogano, in un arricchimento vicendevole. Particolarmente stimolanti le pagine nelle quali Buffoni si sofferma sul recupero che Auden operò degli stilemi anglosassoni e della poesia di Chaucer. Con questo libro, Buffoni chiude l’ideale trilogia iniziata con la figura di Lord Byron (Perché era nato lord, 1992) e proseguita con la figura di Oscar Wilde (Carmide a Reading,2002): tre artisti che, secondo Buffoni, si possono porre come epitomi della loro epoca.

Auden, assieme agli altri poeti ‘trentisti’, è ancora figura importante di Mid Atlantic. In questo ricco studio, vorrei segnalare le pagine dedicate a poeti trascurati dalla critica italiana, quali Swinburne, Kipling, Hardy, e le due interviste a Stephen Spender, stimolanti e utilissime per cogliere l’atmosfera di un’epoca. Buffoni guida il lettore in un percorso che parte dalla fine del vittorianesimo e giunge sino alla poesia di Heaney e di Adrienne Rich, alla ricerca di quei segni del ‘nuovo’ che sono i segni della crisi e dell’ansietà del novecento (esemplare a questo proposito l’analisi del teatro di Edward Bond): un nuovo che, però, non può (e non deve) fare a meno del passato.

Franco Buffoni ‘confessa’, nella nota introduttiva al romanzo breve, o racconto lungo, Reperto 74, di aver scritto queste pagine nel 1974, a ventisei anni, e di averle poi (volutamente o inconsciamente) cancellate dalla memoria; ritrovatele in modo fortuito, le ripresenta ora, coi tratti della freschezza (e dell’ingenuità) di una scrittura nervosa, ellittica, parattatica, con un uso parco della punteggiatura; con uno stile quasi in presa diretta egli ci narra della crescita di un bambino («Franco, Franchino, Coccio per il suo papà») che, col passare degli anni, si scopre omosessuale. Il racconto può leggersi come la storia personale di una presa di coscienza del proprio essere e del proprio sentire, e anche come ritratto di una società dalla quale ci separano ormai oltre trent’anni: da questa società nascono alcune parole chiave del racconto, la lotta e la colpa, lotta interiore e lotta contro il padre, il senso di colpa reso nell’immagine della ‘ferita’ che Franco sente dopo un rapporto sessuale con un uomo nel bagno di un cinema. Il racconto si svolge sul doppio binario della vita ‘normale’ e della vita ‘altra’, nascosta, diversa; e lunga è la strada per far sì che queste due vite si facciano una.

Il tono della raccolta poetica Noi e loro mi pare sia data dalla seconda poesia, che mi piace riportare per intero: «Lì tra il deserto di sabbia e il deserto del mare / Mi apparve un tassista giovane coi baffi, / Guardava il mare e sapeva di sabbia / Non aveva passeggeri da portare / Solo i due spazi di colore / Da contemplare in piedi, / I gomiti appoggiati alla portiera. / Passavo per caso, risposi giocando / Sul caso di nebbia lasciato alla Malpensa / Da distendere tra i due deserti insieme.» È un testo nel quale aleggia un senso di sospensione, suggerito dai due deserti separati, come separate sono le due figure che, nello spazio vuoto tra il mare e la sabbia, si incontrano: l’io poetico, il turista, l’occidentale che, sulla scia di Gide, si reca nel Maghreb, e l’altro, l’indigeno, giovane, probabilmente bello, contemplativo, assorto, come distante; per creare un ponte tra i due deserti, tra i due esseri umani, l’io poetico dice alcune parole. È l’inizio di un viaggio alla scoperta di quel mondo altro, un mondo in cui il tempo è sospeso («Non inverno più non primavere / In questa terra di scirocco e sere»), in cui l’attesa del poeta per i corpi maschili trova una fine; è un mondo di volti e di corpi e di paesaggi quello che Buffoni dipinge nelle poesie di Noi e loro: una terra di confini e sconfinamenti in cui il paesaggio naturale si fa paesaggio umano, e viceversa («È un paesaggio del viso / Questo che appare dietro la sdraio»), in cui la diversità si fa uguaglianza e naturalezza dell’essere. I frammenti dell’esperienza sono intessuti da Buffoni con sapienza – e dico intessuti perché mi pare che l’immagine del tessere sia una delle immagini fondanti del libro (si legga «Coi centosessantamila nodi sul rovescio / Il tappeto nuovo posto in strada / …»), alla quale si uniscono i riferimenti ai fabbricanti di tele e di corde e ai ricami e ai mosaici. Il mondo che Buffoni costruisce è fatto di corpi nella loro vitalità e virilità, di suoni, di colori, di oggetti, un mondo che ha ancora l’apparenza della felicità e dell’innocenza. Felicità ed innocenza che invece mancano nella seconda parte del libro, quella che inizia con la sezione IX, ambientata non più nel lontano paradiso desertico e marino ma nell’Italia d’oggi; il tono si fa più serio, cupo, drammatico; la cronaca entra nella poesia, toglie poeticità al reale. Solo la parola resta, solo l’io poetico pare voler costruire un muro di parole che sia una stanza buia dove gli emigrati possano trovare rifugio: «Ho visto un brutto sogno / Mi dice Mehemet in un soffio / Moriva mia mamma e io ero lontano / Con qualche segno di tortura ancora indosso / Della galera turca / Ero in Italia a fare il saldatore / E senza la maschera per gli occhi / Non c’era il professore.»

Luca Manini

 

Con il testo a fronte. Indagine sul tradurre e l’essere tradotti, Interlinea, Novara 2007, euro 15
L’ipotesi di Malin. Studio su Auden critico-poeta, Marcos y Marcos, Milano 2007, euro 15
Mid Atlantic. Teatro e poesia nel novecento angloamericano, Effigie, Milano 2007, euro 15
Reperto 74 e altri racconti, Zona, Roma 2008, euro 10
Noi e loro, Donzelli, Roma 2008, euro 14

In Il Domenicale