La plaquette su Quaderni Orfeo e Atelier 46


Franco Buffoni, CROCI ROSSE E MEZZE LUNE (plaquette)
I
Volo con Iberia
Atterrato per vacanza dove ancora
Irti di spilli sono i condomìni
E le madonne in scagliola stanno sui camini,
Blocco più grande dall’alto sepolta
Tra nidi di sabbia la baia: un paese
Più di montagna direi
Con le biglie tra i sassi le ruote ferme
E doppie torri di sfondo su chiese di gesuiti.
La mia anima-gola alle foci del rio nulla
Allungata nell’erba finta traboccante
Dell’autostrada nera porta ad una stanza.
Nel buio delle Ande peruviane
Fissità e tempo sospeso
Per troppa chiarezza di contorni
Con il sole allo zenit
E le scapole visibili a segnare
La camicia amaranto
Di un adolescente inca inginocchiato
Ai piedi del manto terrigno
Della vergine del latte:
Il suo sorriso come un prodigio del cielo
Alle due alucce, pronte ad involarsi
Verso gli dei degli sterminatori.
Tra pareti nell’interno affrescate
Con un motivo di finte finestre e colonnati
Lo rivedo dopo la comunione
Leggermente incurvato, di stucco dipinto
Rivestìti i pilastri a fascio dell’uscita
Sotto una volta a crociera con cupola
Falsa, colonnato in scorcio e angeli.
E tutti quei tori vòlti alla cornice dell’ancona,
Gioco della sorte dal torrente al niente.
Liscia come la facciata del casone sfinestrato
Verso il prato dei rifiuti
La sua faccia da puledro
Nell’androne poi del collegio Niño Jesus.
Oh divina ardita fragile natura
Rannicchiata in un garage, le mani giunte
Di fanciullo a cuore esposto, piedistallo.
Quattro ragazzi attorno a un motorista
Presso la spiaggia coi denti da lavoro,
Non chiede spavento un tocco alla nuca
Lambiccate lamiere autodromo
Con una sola macchina che corre
Bimbi e tori eccitati dal rosso
Per provare le gomme.
Cien para mi, e gli occhi al parabrezza per pulire
Nel tempo del semaforo, col viso
Vicino. Joselito
E’ finito così, sfidandolo di spalle
Sulle punte volgendo la mano
Solo gli occhi gli guarda, lo chiama
Mentre piatta gli sfuma la lama sul corpo
L’improntitudine dell’ultimo fianco.
A Quito sono quattro le stagioni
Negli esercizi di lingue dei bambini
Ricchi. Inverni non conosce e primavere
Joselito, solo estati eterne estati
Che sembrano autunno mentre muore.
Non sa neppure d’essere
Nato in Equador,
Di avere un rene pronto
E poi anche il cuore.
Meglio che tu la faccia non gli veda
Quando diventano artigli le sue mani.
Dove gli indios cominciano a non parlare più spagnolo
E i ragni sono arco di baci alle carcasse a pinza,
Donne col fazzoletto da testa a riquadri
E chirurghi che coi pugnali insanguinano
Le mani giunte.
II
Tunisair
Gioielli in spatole d’osso e conchiglie
Ciotole in legno scolpito, piume di struzzo, frammenti
Di arredi funerari.
Io voglio che il mio secondo
Tentativo di fine
Avvenga in questo settentrione
Del Sud del mondo,
Verso il cippo con la Libia di confine,
Le botteghe dei mercanti coi tessuti stesi,
I fondali degli orafi, la piccola moschea...
E maschere statuette amuleti gioielli
Sgabelli vasi stoviglie cianfrusaglie.
Non era questo che infine mi attraeva?
La disuniformità dell’ordine, l’ebano
E il legno di tuia, di limone
Lavorati con fili d’argento e madreperla,
Le mani degli intarsiatori su fibule e collane
Braccialetti a cerniera, Ghàdamis.
Ghàdamis: località all’estremo Sud del deserto tunisino presso il confine libico.
Coi centosessantamila nodi sul rovescio
Il tappeto nuovo nuovo posto in strada
Controllato dall'alto
Calpestato da passanti e carri
Deve nascere.
Spazzata via la polvere
Poi rimesso a nuovo
Non gli accadrà più nulla.
Ogni villaggio ha il suo disegno, ogni ragazzo
Arditamente arrampicato alla colonna
La sua nonna tessitrice.
Le madri come feconde balene
Dal regolare respiro, e attorno
Alì Mustafà Bessem a crescere
Di notte rantolando
Contro lo scoglio morbido.
Basso continuo al mio pensiero questa sera
L'idea selvatica di Sant'Agostino
Nordafricano in stanza scomoda a Milano
Con altri tre o quattro magrebini.
E il vescovo era un ariano.
Mosaico
Come un catecumeno il battesimo
Ricerca l’acqua il cervo tra le palme
Dove appare
Il motivo bizantino
Sotto lo strato arabo del settimo
Insediatosi sulla distruzione
Vandala del quinto
Che coprì il mosaico romano
- Nella mano sinistra le redini
Nella destra un lembo della veste -
Visto da Agostino e dagli altri battezzandi
Bene installati sulla distruzione
Repubblicana del primo
Che il Tophet cancellò e i sigilli punici.
Restaurant Neptune
Ineffabile tra voi fate un segnale
Da contemplare esteticamente
E al cliente offrite su un vassoio
La pescata del giorno.
Voce cravatta annuisce convinta
Alla cicatrice di marina
E il barista sa non sollevare
La punta dell’innaffiatoio
Dalle coppe da colmare,
Vince in velocità la gravità,
Con grazia sa servire.
Tre bambini si tengono per mano
Tre bambini si tengono per mano
Sotto l’arco del ristorante Nettuno
A due passi dal Tophet.
Non si son dati per vinti e qui a Cartagine
Non li immolano neanche più.
Il capo cameriere come Mastro Ciliegia
O delle guardie il re
Li guarda comunque infastidito dalla sala
Che sovrasta gli scogli,
Il Tophet era lì
Con le sue urne
Contrassegnate da una stele
Trovate colme di resti di bambini.
Ma Tophet è in realtà parola ebraica
Viene da Abramo da Gerusalemme,
A Cartagine santuario di Tanit
Si chiamava l’Unicef,
Chiuso col porto circolare
Delle duecento navi
Pronte a sfidare Roma.
Si levano intanto i gabbiani
Da un tappeto di erbacce
E qualche scavo mostra
Il quartier generale
E le stanze dei rematori
Coi segni di catene alle pareti.