Il profilo del Rosa, prima sezione


Una radice ha rotto il vaso
Nell'atrio della casa riaperta
La pianta è sempre stata bagnata
Dal vetro rotto dal vento.
Il muro portante in cucina
Era l'unico che avrebbe resistito,
Vi appoggiavo le spalle di nascosto
Per fingermi al sicuro
Quando il reguitti cedeva di schianto.
Io sono il lupo di tutti
Gridavo scendendo di corsa le scale
La mattina del giorno di natale,
E nella palla più bassa riflesso
Il volto troppo vicino
Era mostruoso, la bocca spalancata
Da piccolo in attesa.
Prima di scappare, riprendere tono
- Il reguitti cedeva di schianto
Solo alle otto con il caffè -
Litigavano per l'aumento
- Sul vetro nuovo lo stucco
I segni dei polpastrelli -
Erano genitori.
Pigiami dai bottoni sul davanti
Camicie da notte con il buco
Intorno alone giallo
Tutto chiuso da trentacinque anni
Cassettone
L'urlo all'alba del maiale
Verticalmente legato
Trapassava le valli,
Sgozzato a dissanguarsi
Per la tortina sanguinella di malati e puerpere.
L'urlo all'alba ogni novembre ogni febbraio
Svegliava le bambine le induceva
A crescere tenendo le ali alla gallina
Mentre la nonna le zampe le tagliava
Per bollirla viva.
Non correva al rifugio di sirena,
Era una donna anziana si sapeva
Regolare col vento: "mi vergogno
Di quelli in cielo, mi pento".
Il lavoro a maglia con tre ferri
L'arcolaio il fruscio del centimetro
Partiva a colpire le foglie
A perdere pezzetti di numero.
E qui dove abitava il sarto
La mia collina con il nuovo viale
Ha l'abito corto si ritrae,
Lascia scoperto il fianco sanguina
Due nuove cabine della Sip.
Intorno alla vita sotto le ascelle sul collo
Riavvolto tra indice e pollice, internamente
Disteso dalla caviglia all'inguine,
Tenuto con due dita fissato con gli spilli,
E come lo riavvolgeva
L'odore di plastica spariva.
Mettere nell'acqua il barattolo
Per staccare l'etichetta Cirio
Farla asciugare sul davanzale
E ricontarle tutte un po' croccanti
Sul catalogo dei regali.
Nel mistero profumato della stanza sacrestia
Alla funzione del mese di maggio
Rosario predica benedizione
Quando spariva con tutto il rosso il sole
Ci si immetteva scollinando verso Crenna
Il Sacro Monte nero sullo sfondo.
In un soffietto per zolfo
Nascosto sotto la panca del coro
Lupi e corvi spogliandosi
Della loro natura selvaggia
Pregavano. Aumentava intorno odoroso il mistero
Bachi da seta botti di rovere liutai
E pannocchie pannocchie all'uscita
Per la scorciatoia, la villa col prato in alto
Senza recinzione. Si acquietava il cane da guardia
Luna mula che sapore sul cancello
Dai cardini di ferro lavorato
E férmati solo quando sanguino.
Le donne in cucina le gonne
Ad assaggiare risotti
Mercantesse d'oro giallo e pentole
Da ripulire.
Quando la famiglia era un'organizzazione
Con la sarta a giornata il vino in botte
La materassaia e due serve nuove
Se la padrona partoriva, la ricchezza
La si valutava da quante volte all'anno
Andava a fare il bucato nel Ticino.
Una sola volta sui carri e tutti i servi
Coi rulli per stringere i lenzuoli
Era il più gran corredo del paese.
Messo nel vaso senza le radici
Segato con l'accetta propagava
Odore di resina e marenghi
Di cioccolato. Poi a Sant'Antonio
Ritornava giallo in giardino
Nell'angolo delle ortensie da bruciare.
E sul parquet piccolo shangai
Con gli aghi di pino.
Un branco di maschi giovani percuote la pianta
Le strappa i rami più deboli
A calci le striscia la pelle
Poi gliela stacca sbraitando e
Scambiando un protocollo di intesa
Con l'altro branco a caccia di lucertole
- Rosso e verde spiaccicato alle putrelle -
Abbandona la postazione.
Non è più bosco è fiume attraversato
Da una sottospecie di gabbiani,
Gabbiani d'acqua dolce, di acqua verde
Al "Ponte della Porcheria",
Lo sbarramento dove si concentrano
I rifiuti del Cavour,
Tra i rottami per raccogliere un pallone
Francesco era sceso nella melma
Scivolato nel labirinto di sifoni rogge tunnel
Voluto da Cavour. Quindici chilometri
Fino allo "Scaricatore Sesia",
Canaletto secondario con le chiuse,
Dove lo trovarono
Tra i palloni dei ragazzi della valle.
Nella casa riaperta al lento panorama
Saprò latino digiuno
Aria corrente e ancora
Ripetizioni persino
Di ora in ora.
Era solo una voce di mamma per le scale
"Piano", diceva, e si sentiva un frigno
Non forte di tre quattro anni
E passi scolpiti al gradino
Diversi, grandi fruscianti
E piccoli pesanti.
Forse c'era ancora un po' di neve
Addossata al muretto davanti
O comunque del bianco tra le ortensie,
"Piano", ripeteva la voce
Cala la tela di Varese sul Poncione
Precisamente, ed è un'accetta viola
Che si stacca dal cornicione del Comune
E sfonda la palestra della scuola.
Avrei detto "Quo vadis?" al mio amico
Che aveva fatto la seconda media,
Io che venivo dalla prima
Appena cominciate le vacanze
All'albergo delle alpi,
E appena l'avessi visto.
Glielo avrei detto sulla porta
Pronto a balzare fuori,
Era da marzo che ci pensavo,
Forse da febbraio
Dopo la terza declinazione.
Nicchie di chiese la falk e la marelli
Collane di perle in matrimonio
Dentini in fila ticino-villoresi
Aquila di stagno, franco tosi.
Era da un minuto prima dello squillo del sanctus
La validità del precetto, si poteva
Anche arrivare a metà predica
O uscire dopo il paternoster,
Ciò che davvero contava era l'attimo
Della transustanziazione.
E fissare per poco l'ostia e il calice
Subito abbassando lo sguardo si doveva,
Le mani leggermente aprendo, inginocchiati.
In piedi in fondo tra i ritardatari
Quelli del barbiere in terza fila,
Le mani incrociate sulla schiena,
Muovevano le dita tra cappotti slacciati.
Era da un certo guizzo nella tenda
Che capivo se era nevicato,
Qualche volta mi ingannavo,
Quando la luna piena risplendeva
Sul bianco del selciato.
L'odore in settembre delle Caran d'Ache temperate di nuovo,
Il sapore alla fine di ottobre del pane dei morti
E dal giorno di santa Lucia i colori delle decorazioni
Il respiro del muschio nell'umido dell'atrio
Rischiarato in cima alle scale
E spento il diciassette di gennaio.
Poi con i giorni di fine febbraio e la neve
Al pomeriggio che si scioglie
Il fruscio della carta crespata
Il fumo acre dei razzetti in giardino.
Fino al maggio delle siepi ogni mio anno
Aveva dei marchi di colore
Di rumore di carte. Aveva odore.
Ritrovando tutto più minuscolo,
Tranne il centro congressi che allora non c'era:
Torreggia dall'ex prato di barriera
Ai rivali dello spogliatoio-ospiti,
Inghiotte intero il pullman di servizio,
Fà ombra ai resti della tribunetta:
Un moncherino di cemento granulato
Piegato sul selciato.
E quel briciolo di neve che rimane accosto al muro
Del torrione, cuneo d'ombra al centro congressi
L'uscita del rilevamento dati, servizio opinioni.
E' bello qui, si può mangiare, c'è anche il parrucchiere
Si passa la giornata stando bene. Sullo sfondo
Molto lontano tra i pali un monte rosa guarda giù
Dal giorno di vento limpido febbraio
Guarda e si perde al corso dell'Olona
Tra il Ticino e l'Adda la ferita
Del Villoresi. Il ghiaccio non si scioglie
Tra le rocce, e soffia bene a questo briciolo di neve
Il freddo che conviene.
Non sono i giorni più belli
Questi di fine febbraio
Con la luce che dura oltre le cinque
La neve che si scioglie e questo odore
Di protoprimavera marciscente
Terra vagina scodellata vicina.
Si chiamavano muga i geloni in dialetto
E venivano dati ai bambini dal freddo
Dietro ai talloni. Nel petto
A due su tre scoppiava il fuoco,
Se la ferita non chiudeva bene
Erano spasmi tra le mucche, fiati
Finiti nell'umidità. Compagna muga
Ossuta cagna a Macugnaga fino all'altro ieri
In te dentro con la mia vista tattile
Laser perforante oltre gli umori e la carne
Alla scuola alberghiera all'ora di servire il tè
E di riaccendere i termosifoni.
Scendere nottetempo dal pendio sul lago
Per passare il confine di nascosto,
Restare immobile contro il selciato bianco
Perché ci sono gli austriaci in Lombardia.
Lugano e poi Varese, le aie
Dal profumo di bagnata
Campagna grata
E i cortili in profonde ferite
Filtranti un mite celeste
O forse
Fare sentire le cose
Senza il nome che hanno.
Vorrei parlare a questa mia foto accanto al pianoforte,
Al bambino di undici anni dagli zigomi rubizzi
Dire non è il caso di scaldarsi tanto
Nei giochi coi cugini,
Di seguirli nel bersagliare coi mattoni
Le dalie dei vicini
Non per divertimento
Ma per sentirti davvero parte della banda.
Davvero parte?
Vorrei dirgli, lasciali perdere
Con i loro bersagli da colpire,
Tornatene tranquillo ai tuoi disegni
Alle cartine da finire,
Vincerai tu. Dovrai patire.