L’Immaginazione, XXII, 235, dicembre 2007 - Franco Buffoni, Più luce, padre. Dialogo su Dio, la guerra e l'omosessualità, luca sossella editore, Roma 2006.


Ci sono diverse ragioni per cui questo curioso libro di Franco Buffoni dovrebbe essere letto e meditato da molti, oggi. La prima è che si tratta di un godibilissimo dialogo tra un personaggio che dice io e che si professa “ateo, illuminista, omosessuale e antiproibizionista” e suo nipote Piero, un giovane intelligente e sedicente marxista; la seconda è che questo lungo e articolato dialogo tratta temi di assoluta rilevanza, attualità e urgenza politica: il parlamento italiano sta per discutere una proposta di legge che permetterebbe alle coppie omosessuali di godere di fondamentali diritti civili; le gerarchie vaticane hanno ripreso a definire gli omosessuali “malati” e “contro natura”, se possibile compiendo un ulteriore passo indietro. Le riflessioni alle quali questo lungo dialogo tra zio e nipote dà vita, però, non si accontentano di ruotare attorno ai tre temi capitali scanditi dal sottotitolo. Come aveva già fatto per la sua ultima raccolta poetica Guerra (Mondadori 2005) – con cui Più luce, padre va a formare un dittico ideale –, Buffoni infatti parte dal ritrovamento di una cassetta “contenente documenti relativi al periodo 1934-1954”, e in particolare di una sorta di “diario scritto in matita in stenografia su cartine di tabacco in tre campi di concentramento tedeschi tra il ‘43 e il ‘45”. L'autore del diario è il padre di Franco, deportato non per motivi razziali o etnici ma perché, da ufficiale dell’esercito italiano, nel 1943 si rifiutò di firmare per la Repubblica di Salò, avendo giurato fedeltà al Re. Da questa sorta di manoscritto ritrovato e decifrato trae origine la prima parte del libro, Il padre, in cui Buffoni intreccia ricordi personali e memoria storica, costruendo una limpida denuncia sia verso il genitore “aggressivo, narcisista, esibizionista, autoritario” e il suo “fascismo spirituale [...] condito in salsa cattolico-deamicisiana” (“caino sociale” contro cui l'adolescente omosessuale dovette combattere la propria difficile guerra privata di identità), sia contro alcuni degli agenti storici che portarono all'avvento del fascismo, alle leggi razziali, al secondo conflitto mondiale. Muovendosi con agio tra i numerosi volumi che affiorano durante la conversazione, Buffoni insegna a Piero, tra le altre cose, che ci furono due fascismi: il primo anticlericale, corporativista e repubblicano; il secondo liberista, filo-cattolico e monarchico, il cui avvento fu favorito dalla deprecabile alleanza tra Chiesa, monarchia e piccola borghesia, che rinunciò ai diritti politici pur di non perdere quelli civili (il diritto di proprietà). Entrambi i fascismi, conclude Buffoni, furono accomunati dalla repulsione verso lo stato di diritto, unico valore assoluto che l'autore considera necessario non solo preservare, ma anche diffondere e inculcare, negando dunque la legittimità di ipotesi assolutamente relativistiche e di tentativi generalmente decostruzionisti à la Derrida. Evocando come padri e modelli politici i fratelli Rosselli, Ferruccio Parri, Gaetano Salvemini e il suo allievo Ernesto Rossi (il movimento di “Giustizia e Libertà”, attivo sin dal 1929), Buffoni infatti traccia un discrimine profondissimo tra stato etico (o stato-che-pensa e che si arroga il diritto di decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato) e stato costituzionale di diritto, di ispirazione liberale. Il primo viene fatto discendere da una linea filosofica continentale che da Descartes scende a Hegel e poi a Marx: è la linea della ragione che si trasforma in razionalismo e in dominio; il secondo, lo stato di diritto, deriva dall'applicazione alla scienza politica dell'impostazione filosofica inglese e analitica di Locke, Hume, il Mill del Saggio sulla libertà, autori di cui Buffoni ammira la ragionevolezza, più che il razionalismo.
Ma il libro, bisogna proprio ricordarlo, non è né un trattato né un noioso manuale: càpita dunque che mentre i due interlocutori discettano animatamente di questi massimi temi, Buffoni inserisca delle gustosissime micro-provocazioni di natura letteraria, oltre che ideologica o ideale: come quella che, di contro alla pietas dantesca, rivaluta la difesa della “raxone” imbastita da Cecco D'Ascoli, arso vivo a Firenze nel 1327 in seguito all'intervento dell'inquisizione francescana; o come quella con cui l'autore propone la rivalutazione del pensiero di Leopardi, a fronte della monumentalizzazione di quello di Manzoni (per Buffoni “personaggio-simbolo della regressione e dello spavento”) cui anche Giovanni Raboni contribuì. La lotta per La luce (titolo della seconda sezione del libro) è una lotta strenua che passa per ogni episodio e ogni evento storico: certo, forse a volte ha ragione l'alter ego Piero, quando rimprovera allo zio di procedere per slogan piuttosto rigidi (“Lo spavento perdura: Scuola di Francoforte, New Age, Raboni-Fortini...”), ma se non altro quello di Buffoni è un libro chiaro, discutibile, in continuo colloquio con il lettore. Lo attesta ulteriormente, mi pare, la stessa struttura del volume: ai capitoli occupati dal fitto dialogo tra i due interlocutori, infatti, l'autore intervalla alcune intense lettere (tre al padre, una a Giacomo Leopardi, una a Vittorio Sereni, due a Piero), e proprio al nipote sceglie di affidare l'ultima parola e l'ultima battuta. Il libro si chiude infatti con una lunga e polemica lettera di Piero allo zio in cui il ragazzo critica aspramente “l'immagine edulcorata dell'individualismo moderno” tratteggiata fin lì da Franco: “Più luce, zio! Più Marx, più Nietzsche, più Freud! [...] Più illuminismo radicale!”, esclama Piero, dando voce probabilmente ad alcuni dubbi che il lettore avrà via via appuntato a margine del libro (come quello che sorge quando Buffoni elegge a modello sociale e politico il Nord Europa e la Svezia, che 90 pagine prima era stata denunciata per l'incredibile operazione eugenetica di sterilizzazione di 60.000 donne “portatrici di handicap, indigenti o di razza mista” avvenuta addirittura fino al 1976, quindi a un passo dalla nostra contemporaneità). Ma il marxista e cattolico Piero, lo si capisce, nasce anche dalla penna dell'ateo liberal Franco: il fatto che sia il primo a chiudere il libro testimonia di quanto sia autentica la volontà di dialogare del secondo (personaggio e autore), di porsi celanianamente a fianco, di non dimenticare che “il metodo scientifico produce verità sempre rivedibili; è al contempo oggettivo e fallibile...”.
Massimo Gezzi - L’Immaginazione, XXII, 235, dicembre 2007