Una lettera-recensione al libro “Guerra”


Caro Franco,
sento l’urgenza di domandarLe scusa per una mancanza che, non appena ne ho maturata contezza, si è tradotta in imbarazzo: mi riferisco alla colpa di aver letto con ritardo la Sua raccolta di poesie intitolata “Guerra” e apparsa nel 2005 nella collana mondadoriana «Lo Specchio». Le domando scusa perché sono persuaso il Suo sia un libro supremo, di straordinaria e frastornante intensità, senz’altro una delle opere più abrasivamente significative degli ultimi anni.
Ritengo “Guerra” possieda una virtù trista e tuttavia portentosa, come fosse un miracolo capovolto: l’esprimere la mostruosità ctonia, eterna e immodificata della violenza, del male e della guerra (in ogni dove, in ogni quando), e di esprimerla rielaborando poeticamente il vario e deflagrante ruggito che a quella maledetta triade dà esistenza (che la crea) e proponendo il perpetuo e vibrante rintocco che di quel ruggito è scia e annuncio.
Questo Suo libro ha un’oscura aura che irradia pathos e tragedia, dai Suoi versi stilla la feroce, litica, sempiterna spinta ferina che ovunque cova e che di volta in volta, ipnotizzata dalla Storia, innesca il rantolo contundente della morte, dello sterminio, della soppressione, delle carni bucate, e persino l’urlo esasperato e disperato di campagne smaniose di cambiare nome, di reinventarsi per dimenticarsi di sé e di tutti i corpi morti che si sono capovolti su di esse nell’attimo congiunturale e assoluto che (stra)volge l’uomo in cadavere.
Infesta i Suoi versi un fantasma crudele, uno spettro carico di maledizione, un demone ghignante che serpeggia protetto dalla maschera diafana e intangibile di una forza cattiva e angosciante, una forza che sa di pugno, di calci ricevuti mentre si è per terra sanguinanti e si tenta comunque di ripararsi il volto con le mani, vittime di un pestaggio forsennato e famelico come solo può esserlo ciò che sbatte in faccia la tenebra possente e bestiale dell’umanità che si perverte (o si realizza) nel calco infero di se stessa. Vorrei congedarmi da Lei con questi Suoi versi, poiché mi pare racchiudano una spaventevole e veritiera coscienza del mondo e dei viventi: «Una radice del male / E’ zoologica. Il male che accade / Al ratto di una certa tribù / Se introdotto nel territorio / Di un’altra tribù di ratti».
Simone Gambacorta
http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/lettera-a-franco-buffoni
pubblicato il 1 aprile 2009 alle 11:12
(Franco Buffoni, “Guerra”, Mondadori, pp. 197, Euro 9,40)
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