L'intervista di Daniele Cenci


Incontriamo lo scrittore Buffoni, che di recente ha dato alle stampe una serie di opere.
Lombardo ma romano d’adozione, Franco Buffoni, finissimo critico e poeta, ha ultimamente forgiato nella sua officina i saggi “L’ipotesi di Malin. Studio su Auden critico-poeta” (Marcos y Marcos, € 15,00) e “Mid Atlantic. Teatro e poesia nel Novecento angloamericano” (Effigie Edizioni, € 15,00), le prose di “Reperto 74 e altri racconti” (Zona, € 10,00), la raccolta poetica “Noi e loro” (Donzelli, € 14,00).
In primavera a Roma hai incontrato Adonis [1930] e hai parlato di Kavafis [1863-1933] ad un convegno alla Sapienza. Cosa ci suggeriscono questi maestri del Novecento?
L’arabo Adonis, della cui amicizia mi onoro, riesce a comunicare molto sul piano del coraggio per la sua capacità di denunciare i fondamentalismi religiosi; per inciso, gli integralismi occidentali non sono meno dannosi di quelli di matrice islamica. Kavafis ci proietta nella rappresentazione dell’omosessualità mediterranea, radicata in un humus che i gay moderni ritengono ormai arcaico. Trasfigura e mitizza le sue avventure con uomini diversi per età, censo e cultura, dove i legami restano fragilissimi o non riescono a costituirsi. All’Università ho incentrato una mia riflessione sui diritti civili a partire da “Segreti” (1908: il poeta aveva 45 anni): “In futuro – in una società migliore –/ qualcun’altro fatto come me/ certo ci sarà e agirà liberamente”. Qui Kavafis preconizza l’avvenire: tra cent’anni ci sarà un omosessuale come lui (ma la parola è assente nella sua scrittura) che vivrà al di là dell’oppressione, della clandestinità.
So che stai lavorando ad un nuovo libro...
Si tratta di “Aldo e Nabil”, un romanzo-saggio in cui sviscero il tema delle trasformazioni dell’omosessualità in quella peculiare geografia del desiderio che è il Maghreb. Un tempo lì era ancor più preponderante l’incanto del proibito, degli sguardi e degli amori furtivi; gli stessi personaggi che popolavano il mondo di Kavafis conservavano la maschera dell’eterosessualità, intessendo relazioni maschili “one night standing”. Oggi in Occidente l’amore tra persone dello stesso sesso guadagna in libertà, respira alla luce del sole e tende a coltivare rapporti duraturi, a costituire (idealmente) coppie paritarie con diritti e doveri garantiti.
Parlaci di “Testo a fronte” e dei tuoi impegni accademici.
È una rivista semestrale [fondata nel 1989, ora edita da Marcos y Marcos: a luglio è in uscita il n. 39] dedicata alla teoria e alla pratica della traduzione letteraria, in cui presento al pubblico italiano il meglio della riflessione in materia, attraverso esemplificazioni di alcuni tra i più validi poeti-traduttori di diversa provenienza culturale. Quanto all’Università, attualmente insegno alla IULM di Milano e mi occupo di ritmologia e poetiche in chiave comparatistica su avantesti e intertestualità.
Ti sei deciso a pubblicare il breve romanzo “Reperto 74” con altri racconti sparsi di taglio autobiografico (tra cui il lancinante “PPP la sua inchiesta”, dedicato all’omocidio Pasolini). In queste carte a lungo dimenticate in un cassetto tentasti allora, da “anonimo lombardo”, di razionalizzare il tuo coming-out?
All’epoca l’espressione non rivestiva in inglese la moderna accezione di “venir fuori dallo sgabuzzino, dichiarare il proprio orientamento omosessuale”. Ho ritrovato questo scritto giovanile dopo trent’anni: all’inizio ero un po’ sospettoso sulla sua tenuta, ma poi mi sono reso conto che il ritmo della sua scrittura era ancora convincente nella sua immediatezza e freschezza.
Nel libro sono centrali i rapporti con tuo padre e i tanti ragazzi che ignorano il tuo desiderio.
Scrivevo a 26 anni in presa diretta di eventi molto ravvicinati nel tempo, del duro urto dell’innamoramento di Franco per Alberto: nel rileggerlo oggi, qualche antica ferita si è riaperta.
Veniamo alla raccolta poetica “Noi e loro”, in cui contrapponi la “stasi” nordafricana alla nevrosi occidentale: l’irruenza degli adolescenti dalla pelle ambrata che benedicono con il loro sangue bianco, le loro nuche rasate intrise d’aurora, fantasmi da inseguire sullo sfondo del mare, e la consapevolezza che non sono intercambiambili, che non si possono acquistare corpi senz’anima. Cosa hanno significato per la tua esperienza i tanti “loro” che hai incontrato nel Nord Africa? Non ti sembra che la mitografia omoerotica che ha accompagnato gli intellettuali e artisti occidentali nei loro viaggi e scoperte stia definitivamente deflagrando? Che quel paradiso artificiale di sesso e amicizie amorose si vada ormai dissolvendo?
Per me i giovani magrebini erano gli “altri”. Tutto questo si è concluso nella mia esistenza tre anni fa. Le ragioni della rottura sono trasfigurate nel romanzo su cui sto lavorando: in sostanza Aldo viene assassinato dal giardiniere arabo amato...
... un classico “omocidio” esotico...
Sì, una crudele violenza che ha infranto per sempre quell’eden.
Sei stato infaticabile nel ricordare il centenario della nascita di Auden: teatro, saggi e interventi in convegni. Cosa ha significato per la tua militanza culturale il magistero del grande poeta inglese?
Molto sul piano dell’audacia: Auden ha dichiarato la sua omosessualità negli anni Trenta, quando la maggior parte degli intellettuali ed artisti gay preferivano restarsene “velate” in disparte, come Eliott. Per quanto l’ambiente colto e raffinato di Oxford stimolasse a “venir fuori”, non si può dimenticare che all’epoca nelle legislazioni e nell’opinione pubblica predominava una spaventosa omofobia, che rendeva pressoché folle il sogno (poi realizzato da Auden in America col suo Chester) di vivere visibilmente il proprio amore di coppia. “L’età dell’ansia” esprime al meglio la sua poetica, e questo mi ha spinto a farne una riduzione teatrale [cfr. Aut, marzo 2008]. Auden resta un sublime modello di versificazione: la sua bravura è ineguagliabile, nessun poeta di lingua inglese, neppure i recenti Premi Nobel, può essergli accostato.
Su AUT, giugno 2008 a cura di Daniele Cenci
Questa pagina è stata stampata dal sito www.francobuffoni.it