Noi e loro


E pensare che ormai stavo
Per parlare al plurale
Stavo per dire noi
Che sempre sostenemmo
Gli urti più duri
Degli innamoramenti,
Da troppo giovani perché
In amore con la persona
Sbagliata, l'etero
Che fa perdere tempo;
Da troppo vecchi
Ancora a pensare di
Farcela ad attrarre
Con risultati rimbalzanti
Al patetico; e all'età giusta
Troppo occupati nella professione
Di sé nelle carriere
Per vedere davvero
- E l'esperienza c'era -
La persona in attesa
Quella vera
Tanto somigliante al troppo
Giovane di prima
Bisognoso di tempo di pazienza
E sentimento di innamoramento.
E pensare che ero rassegnato
Che quasi ci avevo rinunciato...
Lì tra il deserto di sabbia e il deserto del mare
Mi apparve un tassista giovane coi baffi,
Guardava il mare e sapeva di sabbia
Non aveva passeggeri da portare
Solo i due spazi di colore
Da contemplare in piedi,
I gomiti appoggiati alla portiera.
Passavo per caso, risposi giocando
Sul caso di nebbia lasciata alla Malpensa
Da distendere tra i due deserti assieme.
Li coloravano di rosa in campo bianco
Quelli come me in Etruria
Mentre di rosso cupo erano gli altri,
Da inviare in battaglia,
Le donne in blu.
C'era per tutti spazio e un ruolo negli affreschi:
Il piacere il comando la progenie.
E qui nel retrobottega alla medina,
Stretti in vita e alle caviglie, ampi sui fianchi,
Lieve il tessuto scivola la mano,
Seta rugiada e timo ad insegnare
Il moto giusto da sembrare un’onda
Fino all’uragano squarciatutto
All’ansante silenzio al velo appeso...
E poi ancora al movimento lento
Che lo solleva piano
Mentre pulsa all’origine
Mi sospinge ad oriente.
Gioielli in spatole d’osso e conchiglie
Ciotole in legno scolpito, piume di struzzo, frammenti
Di arredi funerari.
Io voglio che il mio secondo
Tentativo di fine
Avvenga in questo settentrione
Del Sud del mondo,
Verso il cippo con la Libia di confine,
Le botteghe dei mercanti coi tessuti stesi,
I fondali degli orafi, la piccola moschea...
E maschere statuette amuleti gioielli
Sgabelli vasi stoviglie cianfrusaglie.
Non era questo che infine mi attraeva?
La disuniformità dell’ordine, l’ebano
E il legno di tuia, di limone
Lavorati con fili d’argento e madreperla,
Le mani degli intarsiatori su fibule e collane
Braccialetti a cerniera, Ghàdamis.
Come non smettere di desiderare
Nell’antico potentato rurale
Autonomo e autosufficiente
Prospiciente di Biserta il mare
La schiavitù di una notte
L’ora d’aria al mattino…
Antiche tecniche di panificazione
Per pescatori, salineri, marinai
D’Egitto Siria Libano Giordania
Che in questo emporio del Mediterraneo
Ancora approdano, e dove erano le scuderie
Romane e i magazzini
Per cereali e fienagioni, i granai.
Gesto consapevole di sfida al destino
Il suo essere lì all’una e venti al molo
Quando tutto è calma e il mare tace.
Città tu sì Biserta
Dalle molte gentilezze
Presenti arabeschi silenziosamente disegnati
Dalle cime degli alberi nel cielo
E luna transitoria
Dal molo al ponte al molo ancora
A seconda del passo
Audace all’arsenale e attento ai vicoli
Luridi e pieni di gabbieri mozzi timonieri.
Con il solo furore incominciare
Dai quattro in quieta attesa del traghetto
Confitto nel sapore
Che ha la notte sul fianco di collina
Mentre la luna brilla sul cordame
Del peschereccio,
Noto le nuche vicine
Scambiarsi cenni di intesa,
Voglia di scalciare le gambe i pugni chiusi.
E poi in ginocchio a carponi acquattato
Dopo aver cucinato
Per te e i tuoi tre amici berberi
Che ridono in attesa dell’ordine
Spengono sigarette bevono
Gettano indietro il capo sovrani
Allungano le mani.
Dai campi dell’orzo e dagli uliveti
Sculture mobili le prime dune
Innalzate stanotte dal vento:
Biserta cadetta accavallata
Libecciata da guarire
Bagni nel vento
Ordini di file canali tra le scale,
Sdraio scucite isola in disuso il mare batte
Abbatte schiaccia giù nervi di baci
Sfregiati dalla fretta: esce cammina ora
Meraviglia nel cielo la mattina.
Di quando a me di fronte casualmente
Le ginocchia allontani, tra loro
Il varco creando, il fondovalle.
Meno e più vale il tempo dei sorrisi
Da un capo all’altro del vagone
Imbarazzato e ardente
Tra Cartagine e La Goulette.
Di partire o di restare per sempre è il desiderio
Dopo una settimana di Maghreb.
E alla fine del treno l’alcova paradiso
Nel vagone vuoto soprassalto
Da occhi lucidi di marlboro e sonno.
Li riconosco sempre e sono quelli
Gli occhi di chi fuma e dorme in treno
Occhi di guardia e di calcina
Occhi da turno in officina.
Freme il mio corpo innanzi al suo barcolla
E lo riceve controvento
Come una vela tesa
Che all’improvviso cede e accoglie
L’irruenza necessaria.
Mi pasticci il mento col tuo amore,
Sangue bianco come si diceva,
Chiamandoti Jamel per tutto il tempo
Dei tuoi diciotto spasmi.
Gli piaceva anche quello dell’altro treno
Un giovane e ancora intatto toro,
Farlo vibrare accanto al finestrino,
Si sarebbe detto da solo giocasse
A come celare il gonfiore vicino.
Mirra è il profumo col quale l’amante
Conduce a sé l’amato
E Tunisi come un contagocce
Lascia filtrare attraverso il metrò
Cento maschi nuovi ogni mezz’ora
In cerca di refrigerio a Sidi Bou.
Ma poi risalgono e io li aspetto qui.
Dove il rosso dei ciottoli ossidati
Diventa verde chiaro in primavera
Per la graminacea che li intride,
E ornata di buganvillee è la gola
Con gli anfratti al mattino più freschi.
Così il mio andare e venire da Cartagine
E’ turismo nel passato, coi ragazzi
Berberi arabizzati dai costumi fenici
Alessandrini greci, seduti in circolo al tramonto
Accosciati a raccontarsi storie di mare
Sapendo d’alghe d’inchiostro ed invitanti
Me a restare.
Non inverno più non primavere
In questa terra di scirocco e sere
Di arancia-fuoco ed uliveti sullo sfondo.
Basta rientri con scarpe pesanti
E pioggia fuori e freddo
E ancora uscire
Perché di sera ci sono le letture.
Basta, solo occasioni di bel tempo
Qui, e di strafalcioni ai mercatini
Coi loro prezzi e pesi,
Solo stagioni diluite
E fresco vento a mezzanotte: sonno vivo.
I sezione di NOI E LORO ed. Donzelli, marzo 2007
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