Carlo Carabba recensisce GUERRA

"Se il mondo è stato creato/ per l'uomo e le sue esigenze/ Dio alla fine dei tempi/ premierà le vittime della storia". I primi versi di Guerra di Franco Buffoni sono un'implicazione logica.

In una nota conclusiva al lettore Buffoni ricostruisce la genesi e la struttura del libro, che muove da un episodio della biografia familiare del poeta, il ritrovamento di alcuni documenti del padre, relativi agli anni che vanno dal 1934 al 1954, e in modo particolare, un diario che questi tenne durante il periodo di prigionia in un campo di concentramento tedesco, nel quale fu deportato dopo il rifiuto di aderire alla Repubblica sociale. Eppure solo nell'undicesima sezione della raccolta, "Sul tappeto per terra"1, l'attenzione del poeta si focalizza sul padre, sul suo ritorno dalla Germania; e se la riflessione sulla propria biografia familiare è centrale, è attorno ad essa che si irradia il pensiero poetico di Buffoni, che induttivamente dal particolare dirige all'universale, o, meglio, scopre l'universalità dell'individualità. Alternando volo diacronico e concentrazione sincronica la raccolta passa in rassegna molte delle guerre che gli uomini si sono trovati a combattere, nella tensione, spiega il poeta, "tra il céliniano 'chiamarsi fuori' a osservare dall'esterno l'avventura della specie sapiens sapiens e il celaniano 'porsi a fianco' di chi vuole trovare ragioni per resistere continuando a sentirsi dentro l'umanità". L'attenzione poggia soprattutto sulla seconda guerra mondiale (il cui ricordo è ancora vivo, e doloroso), ma epoche passate irrompono continuamente, echi che risuonano di nuovo presenti. Lo sguardo sulla guerra diviene sguardo diacronico, capace di passare le epoche come gli stivali delle sette leghe gli oceani, e i paesaggi mutano a ogni passo, ad ogni verso. Si procede per "schegge".

Uno dei presupposti concettuali fondamentali di Guerra è il rifiuto dell'antropocentrismo. In una splendida poesia il lettore vede la terra "ingoiare lance alabarde sangue carne e ossa", i segni della guerra, e restituire "siepi con le bacche serpi fidanzati/ nel trionfo della vita"; la vita costante del pianeta, nasce in seno a una natura indifferente alle alterne vicende umane ("qualche ora, poi il campo renderà alla brina/ solo distanze da colmare") e la materia inorganica e inerte assiste indifferente e imperturbabile. La villa delle torture di via Paolo Uccello diciannove, a Milano, finita la guerra "ritorna in sé, ritorna marmo/ venato e caldo"; le grandi iscrizioni commemorative della gloria bellica romana, non fanno che da sfondo, "schiacciate contro la luna", e le file dei prigionieri raffigurate sulla Colonna Traiana trovano riscontro ossimorico nei cittadini di Roma, prigionieri dei tedeschi dopo l'otto settembre. Persino gli oggetti forgiati dagli uomini, posseduti e usati dagli uomini ("un pugnale con la lama in ferro/ manico e fodero in bronzo/ la decorazione incisa") non partecipano del loro destino e l'oro dei denti impiantati, strappati ai deportati, riacquista luce. Il mondo non è creato per l'uomo: "è solo in affitto uso perpetuo questa terra/ che ti custodisce,/ ti nutrirà, l'assorbirai/ sarai di nuovo germoglio/ e ancora fiore". L'implicazione iniziale perde la premessa e la conclusione è nel migliore dei casi indecidibile, nel peggiore falsa: i versi che aprono la raccolta tornano due volte- prima riferiti ai Balcani, regione insanguinata da guerre d'etnia e di religione per secoli, cui è dedicata la quinta sezione, "Dio con loro", poi in "Per il potere di sciogliere e legare", tredicesima sezione, in cui è sviluppata una dura critica all'inadeguatezza della religione, e a suoi abusi, le secolari torture, appunto "per il potere di sciogliere e legare/ convertire reprimere annientare" per il quale "non è possibile chiedere perdono". Si pone la necessità di trovare un valore positivo e mondano alla storia e alla sorte delle umane genti nell'impossibilità di postulare un orizzonte trascendente. La storia procedendo opera uno svuotamento di senso, o forse semplicemente disvela l'originaria assenza di senso delle guerre umane; i campi da battaglia, (ri)divengono campi da coltivare, o i campi sportivi di una partita di pallavolo.

Le generazioni si succedono e i decessi della vita quotidiana prendono il posto delle morti in battaglia ("non gridano più neanche vendetta/ queste distese di ossa sopraffatte/ da più fresche fila di morti col cappotto"). Gli eventi storici, le passioni politiche che avevano portato alla guerra, al sacrificio di sé, scelto o ordinato dall'alto, perdono il significato che avevano attribuito loro coloro che li avevano vissuti, "perché tutto prima o poi diventa musical/ carta da gioco figurina, Hitler e il Feroce Saladino/ Dracula l'impalatore/ e senza più coscienza di dolore". Torna la domanda sulla memoria, che già era stata di Pusterla in Folla sommersa, la sua più recente raccolta. La memoria viva scompare, affetti e sensazioni passate divengono dati quantitativi, spiegati nelle disinteressate ricostruzioni degli storici. Le principali ideologie che hanno animato la vita culturale del secondo dopoguerra intendevano la storia come una linearità progressiva, teleologicamente orientata (vuoi in senso escatologico vuoi in senso intramondano). La profonda crisi di tali inquadramenti teorico-politici, che riassorbivano le singole vite umane in categorie di più larga portata estensiva, lascia gli uomini a interrogarsi sulla positività della propria esistenza privata e irripetibile, senza ricorrere a disegni finalistici; e a quest'esistenza risponde l'interrogativo sulla memoria viva, se la foscoliana eredità d'affetti non può spingersi oltre i cento anni.

Ferma è l'opposizione di Franco Buffoni a chi prospetta una soluzione istintuale, un ritorno all'immediatezza positiva della vita (per dirla, ancora una volta, con la nota conclusiva, la vittoria della zoé contro il bìos). Nell'ultima sezione ("Se mangiano carne") Buffoni analizza le tendenze aggressive delle specie animali: il ritorno allo stato di natura non solo non è possibile, ma nemmeno auspicabile, regressione alla ferinità. La ragione è e resta la differenza specifica della specie-uomo, e la ragione, consentendo la repressione e la sublimazione degli istinti apre, come nel mito edenico dell'albero della conoscenza, alla possibilità della libertà. Ma se "una radice del male è zoologica", è proprio la capacità dell'uomo di abbandonare l'istinto per tendere al pensiero astratto a consentirgli l'esercizio ragionato della crudeltà ("che cosa oltre alla cottura dei cibi/ segna l'uscita dallo stato di natura/ se non il momento in cui smette/ d'essere puro istinto l'aggressività/ divenendo realtà d'uno scenario/ disegnato già prima dalla mente") che agli animali manca ("tigri a caccia di antilopi/ cervi in lotta fra voi/ è il Cristo deriso che vi manca, il dileggio del carnefice").
 
L'accusa è mossa contro ciò che il poeta definisce "uso malefico del bene" (e se il bene si identifica con ciò che gli essere umani hanno di più proprio l'uso malefico del bene diviene uso malefico della ragione): la guerra non è abbandono all'istinto, ma opzione, radicale scelta del male (è interessante ricordare come l'analisi della permanenza di forme di diritto in guerra sia stata, nel cinquecento, all'origine della riflessione giusnaturalista sui diritti razionali naturali e innati), è la distorsione progettuale di alcune tendenze potenzialmente (e profondamente) positive dell'umano("l'emulazione, la fratellanza/ la provenienza territoriale, la voglia di divertirsi/ in gruppi forti e solidali"; e ancora "l'amicizia/ gli scherzi le risate" tradotti "in odio deciso ed imboscate ad amici/ di altre risate"). I gesti quotidiani, inoffensivi, portano in guerra distruzione e morte ("un'altra bomba ancora stretta in mano/ come una lattina/ di domenica sul prato"). Al codice d'onore bellico Buffoni oppone il codice della diserzione (in qualche modo ritorna paradossalmente la celebre analisi fenomenologica di Hegel della dialettica servo/ padrone: il servo soccombe perché più attaccato alla vita - e torna alla memoria l'illustre antecedente poetico di Alceo che abbandona lo scudo, in un celebre carme ripreso da Orazio in uno dei suoi epodi). La memoria riconsegnando agli uomini i rimossi dalla storia, lo sconfitto ("il galata morente"), il disertore, si fa strumento etico. L'imperativo morale diviene imperativo mnemonico, di individuo in individuo nell'unità della specie ("soldati e gente"), contro le insensate gerarchie, contro la "devozione del soldato semplice/ a un solo uomo con i gradi" che condanna tante esistenze a essere inghiottite dalle tenebre mortali. La poesia diviene "esercizio del ricordo", terapia che "conquista schegge di passato/ per ricomporre l'oscenità".

In questo senso può essere superato il problema della dicibilità della tragedia, di eventi che sono "torture al foglio" (titolo della settima sezione), la dicibilità del "troppo brutto" (e l'impossibilità del dire trova straziante corrispondenza nell'immagine del grido muto di una donna cui, in un campo di concentramento, vengono tagliate le corde vocali). Come la primavera nel mito plutarchesco la poesia è capace di sciogliere e far suonare le parole congelate, proferite d'inverno dai soldati "e sospese dal freddo nell'aria". Il poeta mantiene sguardo razionale e lucido, cui corrisponde un equivalente rigore linguistico, partecipe e antilirico al tempo stesso; il giudizio è guidato, ma lasciato al lettore, e non infrequentemente, Buffoni procede per elenchi, per accumulo di immagini, correlativi oggettivi.

La poesia si fa così etica e nella razionalità morale si ricompone la tensione tra Celan e Céline, tra posizionamento empatico e sguardo distaccato sulla storia: nella costruzione poetica di Buffoni la memoria storica diviene memoria viva.

Carlo Carabba, NUOVI ARGOMENTI, 36, 2006, pp. 253-8

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