Franco Buffoni, Guerra, Milano, Mondadori, 2005


«Poesia inclusiva» era la formula con cui Montale indicava le opere moderne che, per sfuggire all’egemonia della lirica sulla scrittura in versi, recuperano forme estese di racconto e di riflessione. Guerra, come del resto Il profilo del Rosa (2000), è uno dei migliori esempi di poesia inclusiva che la letteratura italiana abbia prodotto negli ultimi decenni. Costruito come una serie di quattordici variazioni, tante quante le parti in cui è diviso, ha una struttura complessa ma centripeta che procede per ampliamenti progressivi. Se il nucleo è costituito da esperienze familiari e personali (il servizio militare, le vicende del padre durante la Seconda guerra mondiale), lo sguardo si allarga fino a comprendere scene di guerra e di storia tratte da epoche diverse, fino a quando, nelle ultime tre sezioni, il libro diventa un’anatomia della distruttività umana, un discorso sulla violenza in quanto pulsione antropologica primaria, e più in generale sulla cieca volontà di conservare e di accrescere se stesso implicita in ogni vivente, negli uomini come nei leoni marini, nei bambini come negli anatroccoli.
Durante gli ultimi decenni, si sono disgregati gran parte dei principi trascendenti e superegotici che formavano il quadro dei valori collettivi in Occidente, mentre sono cresciuti il peso e la sacralità delle esistenze personali. Non c’è dubbio che il primum di questo libro sia l’ideologia illuministica dei diritti umani, la convinzione che la vita propria e altrui sia un valore assoluto, il rovesciamento del dulce et decorum est pro patria mori (et necare). Le poesie d’argomento politico dei nostri tempi contengono, quasi sempre, questa stessa visione del mondo. Ma Buffoni si distingue da quel moralismo vuoto, scolastico, che rende illeggibile gran parte della poesia civile contemporanea per la complessità e la credibilità del suo sguardo. Guerra colloca il proprio tema in un contesto storico-filosofico vastissimo ed evita di anteporre il commento moralistico alla mimesi del fenomeno. Questo rafforza la percezione icastica dell’orrore, ma al tempo stesso apre uno spazio di ambiguità carico di passioni contraddittorie (sdegno e ripugnanza, ma anche fascinazione e curiosità): le stesse che attraversano l’esperienza quotidiana del medio cittadino occidentale, cui la guerra si mostra innanzitutto come un evento da guardare o da leggere, come un racconto o uno spettacolo lontano. E soprattutto Buffoni non dimentica che la buona volontà illuministica, il desiderio di proteggere le vittime e di celebrarne la memoria, è destinata a scontrarsi con l’eternità delle pulsioni di morte e con la tendenza all’oblio implicita nel fenomeno stesso della vita. Benché l’autore di Guerra ami citare, fra i propri maestri, i fondatori del pensiero liberal moderno, il libro emette armoniche nietzschiane.
Le poetiche avanguardistiche e sperimentali del XX secolo hanno tentato più volte di oltrepassare i confini della poesia soggettiva. Simili progetti sono sempre rischiosi e difficili; perché da quando la versificazione non è più un semplice rituale collettivo scandito da regole precise, da quando la poesia tende a coincidere con la lirica e la prosa viene percepita come il medium naturale del racconto o della riflessione, i poemi non possono tradurre in versi dei contenuti pensati in forma prosaica. Il loro stile deve sembrare necessario; deve mantenere quella coerenza interna che ancora si richiede alla poesia, e che invece non si richiede più alla prosa. Da un decennio a questa parte, la scrittura di Buffoni riesce a catturare tanta realtà senza mai disfarsi o annoiare, come invece succede a molte delle opere che, negli ultimi tempi, hanno tentato e tentano esperimenti simili a Guerra o al Profilo del Rosa. Ciò accade perché Buffoni ha perfezionato dei meccanismi che consentono di dar ordine ai materiali inglobati e di suscitare la sorpresa del lettori. Il primo concerne la sintassi dei componimenti e, in una prospettiva più ampia, la sintassi dell’opera. Se i libri di Buffoni sono montaggi di episodi, aneddoti, riflessioni su uno stesso tema, i singoli testi sono mosaici di frammenti percettivi o riflessivi il cui senso si rivela spesso soltanto alla fine, nella chiusa, generando una forma di suspense che avvince il lettore e stilizza i materiali inglobati. Il secondo meccanismo è di ordine metrico e si fonda sul ritorno periodico di strutture elementari che, introducendo delle zone di regolarità, sorreggono e giustificano l’ingresso delle irregolarità. E’ uno scheletro fatto di rime facili («Ai vecchi farmacisti liberali | E socialisti | Ai loro retrobottega risorgimentali | Antifascisti») e di endecasillabi ritmicamente scanditi («La torsione di tronco e di bacino», «Nella rivalità tra formazioni»), magari ipometri o ipermetri («resta ancora il gesto alla parete», «Quinto errore della Sisley di Treviso»), spesso usati negli incipit e negli explicit.
Guerra intreccia strutture semplici e ambizioni filosofiche, la forma di testi consentendo alla poesia di diventare inclusiva ma di rimanere in piedi. E’ un’opera che gareggia, per estensione tematica, coi romanzi più vasti, ma che è concepibile solo in forma di poesia, perché solo questo genere consente oggi quella libertà nel montaggio dei frammenti e quella rapidità nelle transizioni senza le quali un libro simile non potrebbe esistere. Quindici anni fa, molti consideravano Buffoni un poeta minore della «linea lombarda» o un neocrepuscolare. Dopo due opere come Il profilo del Rosa e Guerra, questo giudizio dev’essere drasticamente riveduto.
Guido Mazzoni, Almanacco dello Specchio 2006
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