Franco Buffoni, Guerra, Mondadori, pp. 197, euro 9,40


È un libro fortemente progettuale, questo di Franco Buffoni. Un testo che si concretizza attorno a un tema unico: la guerra. Il pretesto dell’inizio è il diario di prigionia del padre - stenografato durante il tempo della prigionia (1934) e continuato fino al 1954 - ritrovato casualmente dall’autore. Da qui ci s’immerge subito in ciò che si rivelerà essere un autentico luogo scritturale, o meglio uno spazio “riesumante”, dove poter tratteggiare l’oscenità del potere umano e carnale dell’uomo sull’uomo e non solo. Un potere che viene ingoiato a furia di dolore e di storie narrate, e ri-narrate per empatia e rabbia. È un libro impegnativo, strutturato in quattordici capitoli e questi, a loro volta, intercalati da poemetti brevi che compattano la tensione, rendendo, il testo, un lungo dialogo tra sopravissuti. Sì, perché qui è la testimonianza di un rifiuto che si fa denuncia. Guerre della Storia, guerre della carne, guerre del linguaggio, sono le trame nelle quali, soldati, disertori, partigiani, militi ignoti e ragazzi vengono - a colpi di violenze e torture - rinominati. I luoghi fuoriescono, quasi oniricamente, da una geografia territoriale, che raccoglie in sé la Prima e la Seconda Guerra mondiale, facendosi, inoltre, portatrice di tutte le altre nostre, disumane, guerre vicine. Campi di sterminio, campi di prigionia, deportazioni e battaglie - inquadrate direttamente da un occhio ripetitore - sono le location di un squarcio mnemonico unico, capace di raggiungere il lettore fin dentro la sua contemporaneità più sconcia. La guerra è qui ritratta come vera pornografia, vera bruttura – oltrepassamento - e la carne esposta nella sua nudità pietosa, è vittima muta: irredimibile. Non si assiste a nessun perdono, nessuna distanza che possa acquietare il dolore. Qui tutto è presente come un “adesso” perpetuo. Ma la particolarità di questo lungo “canzoniere del dolore”, è che la voce di Buffoni non giudica, non sentenzia, non si pone, mai, a una distanza protettiva e neutrale ma, al contrario, ne diventa il derma: prossimità. Sarà proprio da questa sua estrema vicinanza – simile a una tralkiana follia – a farlo voce priva di artificiose intenzioni e carica di necessità testimoniale. E l’oscenità dei corpi violentati e abusati si fa pasolinianamente filmica – vedi Salò – quasi a riportare alla luce una volontà di scardinamento morale verso il perbenismo asettico del tempo che passa su tutte le guerre, in tutti i corpi perché, queste, non sono frutto d’inesperienza, ma di autentico potere.
STEFANO RAIMONDI
Pulp libri – marzo 2006
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