FRANCO BUFFONI – Guerra , Milano, Mondadori, 2005. pp.208

Sugli orrori, visibili o intrinseci, che sono propri di ogni guerra – da Troia ai Balcani al conflitto iracheno – tanto la poesia epica del passato, quanto quella di forte impegno civile dei nostri giorni, sgombra più che mai di retorica e di ideologie a buon mercato, non hanno mancato di fornirci spunti di riflessione e immagini folgoranti superiori, per precisione e intensità di linguaggio, a qualunque odierno prodotto mediale. Non è una novità, si dirà, che spetti proprio alla poesia, oggi come in ogni altra epoca passata, cogliere la cifra esatta di quella pulsione distruttiva, disumana e irrispettosa di ogni alterità da liquidare in quanto ostile, che è il muovere guerra, il porre un gruppo o un’intera popolazione sotto assedio, l’esercitare una forza e un dominio senza più avvertire il pungolo della moralità.

Di questo, e di altro, ci parla Franco Buffoni nella sua ultima, grandiosa opera in versi intitolata Guerra, opera dalla tessitura complessa e tuttavia unitaria nei risultati, nonostante la ramificata varietà dei motivi che però tutti concorrono alla formazione di un unico mosaico concettuale. Si tratta dunque di uno spaccato che comprende un arco immenso di storia o, diciamo pure, l’intera storia dell’umanità. Attraverso singoli componimenti, raccolti in quattordici sezioni dedicate ciascuna a un aspetto storicamente o culturalmente rilevante – per ottenere un quadro d’insieme il cui significato antropologico profondo arrivi agli occhi del lettore non come dimostrazione rassicurante, bensì come incandescente raffigurazione epica di un processo plurimillenario – vengono toccate differenti problematiche, che vanno da vicende belliche ben precise, passate e presenti (talvolta còlte anche attraverso esempi iconografici, reperti artistici, decorazioni e cimeli ad esse inneggianti) alla vita militare (dalla leva all’azione vera e propria) ai crimini giustificati dalla logica dell’odio e del conflitto (come, ad esempio, le deportazioni o l’efferatezza dello scienziato al servizio dell’eugenetica) ai risvolti spesso tragici delle lotte partigiane.

Ma al di là di ogni progettualità insita nell’impianto strutturale dell’opera – e non nel dettato in sé – l’idea di base del libro nasce, stando alla nota dello stesso Buffoni, da un episodio privato, cioè dalla casuale scoperta di una cassetta appartenuta a suo padre e contenente, tra l’altro, “una sorta di diario scritto a matita in stenografia su cartine da tabacco in campo di concentramento” (p. 196). Su questa esperienza ventennale di Buffoni padre, che va dal 1934 al 1954 e che parla di addestramento militare, di guerra, di prigionia, del suo ritorno da reduce, e dei “successivi tentativi di comprendere quanto era accaduto”, si innesta la riflessione del poeta sulla guerra e la volontà di estendere l’indagine “anche ad altri periodi storici”. Senza avere tuttavia la pretesa di aspirare a una qualche obiettività storica, come egli tiene a precisare; bensì tenendo ben presente il compito affidatogli, per così dire, dalla sua musa: “restituire una intonazione, un suono: Domodossola e Vichy come insieme di fonemi assorbiti nell’infanzia” (p.197).

A chiudere la molteplicità di scenari, due sezioni finali quale sorta di meditazione lirica e insieme filosofico-storica sulle scaturigini e il destino del fenomeno bellico. “Per sapere com’è nel tempo la faccia della terra,/ Se le rughe vanno davvero scomparendo/ Senza scampo come si appianano i rilievi,/ Oppure se nuovi rilievi sorgeranno/Dalla notte tremenda. Solo un inizio/ Verso una sola fine,/ Oppure tanti inizi per differenti fini/ Tanti improvvisi balzi avanti/Che sono balzi indietro...“ (p.189).

Franco Sepe - (apparsa in: Il Cristallo, 2/3, dic.2005, pp. 183-184)

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