La recensione di Ana Ciurans

Nel Melbookstore di Via Nazionale, a Roma, la presentazione della raccolta di poesie Noi e loro è prevista per le 18. Dal bar di fianco, mentre prendo un caffè, lo vedo seduto al tavolo. Franco Buffoni. È lì che attende educatamente i suoi ospiti, puntuale. Contenta di essere arrivata presto, compro il suo libro, lo sfoglio, mi presento e scambio due parole. Aspettando l’arrivo di Gabriele Frasca, il poeta maestro di cerimonia dell’evento, la sala si riempie e Buffoni si alza in piedi ad ogni persona che arriva, salutando e scherzando a proposito del leggero ritardo. È un dandy. Gli chiedo, a proposito della traduzione poetica, quale teoria lo vede più d’accordo, tra quella che sbandiera il ruolo del poeta come indispensabile per ben tradurre, magari anche “tradendo” e l’altra che si limita a richiedere una traduzione quasi di servizio, sacrificando metrica e suono in difesa della fedeltà. Buffoni mi risponde che la semplice traduzione di servizio è ormai superata, non più valida. Mi fa un esempio. Vede, mi dice, è come fare una torta. Il segreto sta nel dosare bene gli ingredienti. Rifletto un attimo e mi viene da dire che non tutti i cuochi sono dei grandi chef. Ma è proprio qui il punto. Nel frattempo arriva Frasca sorridente trattenuto dal traffico romano (piove a catinelle, per giunta) e la presentazione inizia. Tra il pubblico ci sono Stefano Romiti, responsabile eventi di Melbookstore e il poeta Tommaso Ottonieri.

La doppia presentazione del volume di poesia Noi e loro (Donzelli) e Reperto 74 e altri racconti (Zona editrice), non è una casualità perché sono due libri in un certo modo complementari. Chiudono un cerchio partendo da Guerra e passando da Più luce padre, percorrendo la storia personale dell’autore attraverso il trauma bellico, l’omosessualità come forma di rapportarsi agli altri uomini (definibili solo “compagni” nel mondo eterosessuale) e il contrasto con la figura paterna (uomo d’ordine che usa l’ordine con passione), liberando finalmente l’io poetico di Noi e loro e riprendendo il Buffoni degli anni 70 con Reperto74, la sua prima opera inedita fino a oggi.

Dal punto di vista formale Reperto 74, definito da Frasca "un impasto sintattico", getta le basi dell’uso di un’apparente freddezza tecnica, un metodo flaubertiano che prende forma in Noi e Loro dove la ripetizione, non per horror vacui, ma per amore dell’infinito, evoca una lirica erotico-amorosa che richiama la lirica araba. Una lirica in cui alla ripetizione del nome e all’invocazione delle fattezze dei corpi (Frasca la definisce “esaltazione del ragazzo dei bagni”) si danno anche connotati animici, in un canto della fisicità gioioso, in netto contrasto con la seconda parte in cui questi amati diventano “migranti”. Questa quasi contabilità dei dettagli dei corpi e delle anime, questi indizi per arrivare alla totalità, viste dall’io, non sono ricerca del tempo perduto, ma ricerca di un ordine anche formale che richiama appunto la stilizzazione della lirica araba.

Frasca capisce più di me stesso, risponde Franco Buffoni. E spiega che Reperto 74 fu il suo primo romanzo breve, scritto nel 1974 appunto, e nacque col titolo di Come fare di vostro figlio un omosessuale, titolo che oggi reputa “improponibile”. All’epoca l’editore voleva tagliare l’intero primo capitolo e aggiungerne un altro in conclusione. Buffoni preferì non pubblicare il libro. Oggi, dopo Più luce padre, l’opera che secondo lui più lo rappresenta e con la quale ha detto tutto ciò che voleva dire, Buffoni ha voluto dar voce a quel ragazzo ventenne degli anni 70 per completare, in un certo modo una trilogia (un po’ pasoliniana), della sua opera.

Noi e loro invece ha i suoi punti focali nella lettura di due trafiletti sul Corriere della Sera (il suicidio di un ragazzo omosessuale e fatti nei quali erano coinvolti extracomunitari in Piazza del Popolo) e l’esperienza del Gay Pride del 2000. Come dichiara lo stesso Buffoni Noi e loro vuole recuperare la gioia del canto della fisicità in opposizione al corpo (e all’amore) vissuti come sofferenza ossessiva nei paesi occidentali: Ti bacerò questa sera ragazzaccio / Bacerò / Le tue labbra miele birra / Di focaccia / E una croce di Sant’Andrea / Sarà il tuo corpo disteso supino, / In penombra la faccia.

Sentire Buffoni leggere i propri versi è bello e raro. Di solito i poeti non amano leggere i propri versi. Esco felice. Un odore di pini bagnati m’investe nei pressi della stazione Termini e mi accorgo di guardare i migranti come fossimo in un souk, tessendo tappeti tra cesti di frutta. Mi vengono in mente i versi di Buffoni. La poesia ha ancora tanto da dire e getta ancora tanta bellezza su un mondo che spesso la nasconde bene. È come un dito che punta e scopre e che spesso basta per farci vedere le cose e gli altri come mai li abbiamo visti prima.

Ana Ciurans
In http://www.lanotadeltraduttore.it/noi_loro_franco_buffoni.htm

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