Franco Buffoni, Noi e loro, Donzelli, Roma, 2008, pp. 153

Sono stato in Tunisia, Marocco, Turchia. Ho visto e sentito dei colori e degli odori che ritrovo intensi in questo libro. Molto efficace, nella sua prima parte, è la resa del Nord Africa: ricorda pienamente ciò che i sensi possono suggere percorrendo un suk o una medina, sostando sull’orlo di una costa o di un deserto. Molte elencazioni di merci e manufatti rivestono questi versi impreziositi di dettagli architettonici e riferimenti storici. La lingua è riccamente descrittiva. E molta parte dei testi evoca degli incontri omoerotici assai veraci e poco addomesticati. Al punto che, per esplicita ammissione dell’autore (p. 153) nelle utili note, forse si indugia oltre il necessario sulla rappresentazione ferina di questi amori esotici.

Perno strutturale del libro è la sezione IX, la prima della seconda parte (il libro è diviso in due parti, per un totale di tredici sezioni). Qui muta il tono e si esprime l’esclusione, come nei versi dedicati a un clandestino precipitato dal treno e a un giovane effeminato suicida (Due trafiletti). È un diverso tono e spessore anticipato da alcuni versi notevoli della sezione VIII: «Basso continuo al mio pensiero questa sera / L’idea selvatica di Sant’Agostino / Nordafricano in stanza scomoda a Milano / Con altri tre o quattro magrebini. / E il vescovo era un germano» (p. 85). Gli aggettivi “selvatica” e “scomoda” rendono con forza una scena spoglia; anche la lingua è più parca e composta.

Il titolo del libro, Noi e loro, concentra una dialettica almeno triplice: comunitari/extracomunitari, eterosessuali/omosessuali, cristiani/musulmani. Questo è il Buffoni che trovo più significativo: quello pubblico e “politico” già di Guerra (Mondadori, 2005), l’autore che unisce le istanze politiche, giuridiche e filosofiche a quelle più direttamente personali e poetiche. I versi civili a quelli toccanti dedicati alla madre (Cadono foglie rosse).

Proprio a nome della dialettica vorrei leggere delle opere da cui fossero bandite tanto le rappresentazioni manichee (noi buoni, loro cattivi – o viceversa) quanto gli utopismi che nascondono le differenze. Vorrei che si scrivessero delle composizioni a luci e ombre, con le nostre paure e il nostro ordine, con le loro scommesse e le arroganze di chi non ha avuto l’illuminismo.
Per questo, fra le poesie della prima parte, mi rimane impressa la Storia di Mohse: questi conosce una fiamminga «Non bella un po’ grassoccia / Figlia di un supermercato in Lussemburgo» che lo convince alle nozze; «E alla partenza / Dopo il matrimonio in Tunisia / Salutò tutti come per un sempre / Avrò tutte le birre che vorrò / Dagli scaffali del supermercato. Mohse oggi è alcolizzato / Tornato in giro gonfio a Monastir» (p. 70). Per lo stesso motivo, dalla seconda parte, mi rileggo pensoso Dal chirurgo e la sua rappresentazione dei diversi atteggiamenti di un cristiano e di Mehmet di fronte ai ferri della scienza, agli interventi sul corpo, all’incertezza del futuro.

Giovanni Tuzet
Su “Poesia” luglio 08

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