La recensione di Flavio Santi su L'Indice


La volontà di controllare contemporaneamente la molteplicità formicolante e asintotica della propria vita denunciava l'inesorabile scacco esistenziale in una struggente poesia di Buffoni che apriva Il profilo della rosa (Mondadori 2000). Lì si parlava di polittico e della consapevolezza di una sua inapplicabilità. Se il polittico è destinato al fallimento ancora praticabile è invece il dittico come emerge da due libri gemelli nell'ispirazione e nelle esigenze che li muovono: questo in prosa e la raccolta poetica Guerra (pp. 208, euro 9,40 Mondadori Milano 2005).
Pur in costante risonanza e dialogo fra loro a testimoniare un'esigenza unitaria di comprensione ognuno dei due libri sceglie però il proprio particolare grado d'incidenza; lo stemma araldico potrebbe essere la celebre pensée di Pascal: "Le coeur a ses raisons que la raison ne connaît point". Guerra infatti risponde alle ragioni del cuore laddove Più luce padre si appella al tribunale dell'intelligenza. Il libro di poesia indaga con una tensione polifonica e mimetica a dir poco impressionante alquanto rara in Italia la "radice del male (...) zoologica" quel "guerra è sempre" di leviana memoria.
Si tratta di un volo pindarico attraverso il tempo e lo spazio dagli antichi germani fino alla Luftwaffe passando per gli armigeri rinascimentali e i soldati della Grande guerra.
Un'intensa compassione cadenzata da un passo da chronicler audeniano pervade questa poesia; compassione che diventa comprensione se si passa a Più luce padre.
Quest'ultimo testo ripristina la tradizione del dialogue philosophique di matrice illuministica. Come già si accennava vista la comune ragione ispiratrice declinata nei differenti modi congeniali ai due generi di testo è interessante seguire seppure in sintesi le dinamiche delle coincidenze che si manifestano in emersioni testuali di vario livello. Il primo livello è quello più evidente la citazione esplicita di poesie da Guerra frequente nella prima parte di Più luce padre. Il secondo livello è l'identità dell'argomento variata nelle rispettive trattazioni: i versi "Perché tutto prima o poi diventa musical / Carta da gioco figurina / Hitler e il Feroce Saladino / Dracula l'impalatore / E senza più coscienza di dolore" rimbalzano nella prosa "È il (...) tipo di male che prima o poi nella memoria collettiva diventa mito e musical carta da gioco figurina: Hitler tra qualche decennio verrà percepito come il Feroce Saladino o come Dracula l'impalatore. Senza più coscienza del dolore"; oppure la sequenza "Anche perché la vera giovinezza / Non la vivi che dopo / Negli occhi un poco accesi di un nipote / Che non parte soldato / E gli racconti la verità / Sulla camaraderie" rimanda alla prima parte del trattato. Il terzo livello è quello più impercettibile della microcitazione più o meno occulta: il verso "Disumanandoti se piangi" riverbera nella frase della prosa "L'umano è ciò che può essere infinitamente disumanizzato" citazione fra l'altro da Agamben dando vita così a una serrata struttura a matrioske.
Ma se entrambi i libri vivono il loro momento di sovrapposizione nella tematica della guerra sollecitata dal comune processo d'innesco (il rinvenimento del diario di prigionia in Germania del padre stenografato su cartine da tabacco) nel testo in prosa si delineano a partire dalla seconda parte nuovi spazi di riflessione: l'omosessualità la religione l'ateismo. Da qui la sua funzione di libro-ponte tra il passato e il futuro (da anticipazioni su rivista sappiamo che le nuove poesie di Buffoni proprio verso queste tematiche sono orientate). L'autore delinea le contrastate vicende del pensiero razionalista (quello autentico però come sottolinea nato dalla duttile "ragione-ragionevolezza" e non dalla monolitica "ragione-razionalismo"): l'apogeo nella Grecia del IV secolo a.C: l'avvento nefasto della teologia paolina la grande rivoluzione del Sei-Settecento l'Illuminismo quale faro fondamentale in continuo rischio di estinzione in mezzo a spinte fideistiche di varia natura ed entità. Il traguardo cui guarda Buffoni per la sua idea di società è una spiritualità laica alimentata da un profondo senso storicistico e filologico temperato da giusti sentimenti.
Il passo razionale della prosa un po' compassato e scalettato dallo schema domanda (del nipote) e risposta (dello zio autore) non inganni; esso è in grado di lanciare potenti provocazioni degne del più sulfureo pamphlet: la proposta di un dialogo interreligioso in cui gli ebrei rinuncino a proclamarsi il popolo eletto e i cristiani vedano in Cristo un filosofo; l'asserzione che delle tre religioni monoteistiche quella musulmana sia la meno dogmatica (ribaltando una serie di preconcetti profondamente occidentali); e – fulmen in cauda – il suggerimento per la realizzazione di grandi centri polifunzionali dotati di bar nursery e ristoranti con spazi riservati a rotazione a cristiani ebrei e musulmani punto di ritrovo non solo per pregare ma anche per discutere vedere film organizzare feste.
Un libro che inevitabilmente si nutre di autobiografismo anzi ne avremmo gradito una più ampia concessione perché proprio laddove riesce a fondere motivi intimi e personali a ragioni storiche e collettive Buffoni dà forse le migliori prove della sua prosa. (Del resto questi sono anni in cui sembra trovare piena conferma l'intuizione di Brodskj che l'unico modo di raccontare sia l'autobiografia: si pensi a Philippe Forest o ad Albinati e Trevi oppure allo stesso Saviano).
Romanzo storico-autobiografico in forma dialogica, il libro attraversa il Novecento, proiettandosi nel nuovo secolo come manifesto intellettuale di un poeta, manifestazione di valori e di verità, operetta morale, in una sorta di concretizzazione di quel modello di intellettuale "ironico" che Rorty propone quale attore ideale all'interno dei discorsi e degli spazi di libertà che dovrebbero alimentare le democrazie complesse.
Questa pagina è stata stampata dal sito www.francobuffoni.it